Vorrei concentrarmi su due parole: Diritto e Rivoluzione

Sono appena intervenuta al simposio internazionale organizzato dal fronte antimperialista (FIA) in memoria di Ebru TImtik, avvocata e martire della resistenza turca, che è tutt'ora in corso. Il link è condiviso nel post precedente. DI seguito la traccia del mio intervento:

Vorrei concentrarmi su due parole: DIRITTO e RIVOLUZIONE

Sembrano due parole in contraddizione anzi, in pieno conflitto.
Sappiamo che, tra le altre cose, la legge è (1)totalmente dipendente dai rapporti di potere e, (2) attraverso l’organizzazione della repressione, serve a conservare lo status quo anche lattraverso la legittimazione dell’uso della forza
Lo sappiamo, lo abbiamo visto e lo vediamo ogni giorno intorno a noi.

La vicenda turca, soprattutto quella degli ultimi anni, è emblematica di questa schematica rappresentazione che ne ho dato: quando l’assetto normativo ed istituzionale esistente comprimeva troppo la smania di potere dell’ego di Erdogan, un tempestivo colpo di stato gli da la scusa necessaria a proclamare lo stato di emergenza –in linea con la costituzione previgente- e avocare a se tutto il potere, modificare la costituzione e costruirsi un abito repressivo su misura: fa leggi grazie alle quali rende illegali interi partiti ed associazioni, -addirittura un un gruppo musicale!- E li fa arrestare tutti.

Poi, sempre per legge, assume il controllo della magistratura e la costringe al suo volere. E si libera, incarcerandoli, dei magistrati che non ci stanno. E dei giornalisti. E dei professori. E dei musicisti. E degli amministrativi. Una purga da 300.000 dipendenti pubblici. A norma di legge.

Perché prendersi la briga, ci chiediamo, di fare tutto a norma di legge? La Costituzione, i diritti, la legge, i processi – perché prendersi la briga di imbastire tutta questa messinscena se quello che evidentemente vuole Erdogan è essere un re? Ma soprattutto, se la legge è così evidentemente al servizio del potere, in che rapporto può mai essere –se non di contrapposizione- con la pratica rivoluzionaria?

E qui veniamo al terzo elemento del diritto: (3) la mistificazione. La legge serve a nascondere i reali rapporti di potere: proclama l’uguaglianza formale quando la società non è formata da uguali, racconta di una repubblica democratica quando in realtà è un sultanato, e nemmeno un po’ mascherato.

La veste da Stato di Diritto, anche se solo formale e completamente non corrispondente allo stato delle cose in Turchia, serve per sedersi al “tavolo degli adulti”. La Turchia fa parte della Nato, è nel Consiglio d’Europa, è pienamente inserita nel Capitalismo geopolitico come un attore di rilievo. E a questi tavoli ci vuole il vestito liberal, serve tutto: separazione dei poteri, riconoscimento dei diritti umani, libertà individuali e collettive, insomma tutto l’ambaradan. Ovviamente tutti a quei tavoli sanno che il tuo -come il loro ma con gradazioni e modalità differenti- è un adempimento meramente formale, ma quello che chiedono in fondo è quello.
Se non fosse per gli avvocati.

Dopo tutto, la legge puoi scriverla più o meno come ti pare se nessuno ti chiamerà ad applicarla come si deve, oppure se puoi interpretarla a tuo esclusivo piacimento.

Gli avvocati sono gli unici a possedere le chiavi del diritto oltre allo Stato: le leggi le fa lo Stato e le giudica lo Stato: in questo balletto, l’unico attore istituzionale non statale che persegue interessi non statali è l’avvocato. In uno stato di diritto c’è separazione di poteri tra chi fa le leggi e chi le giudica, e questo garantisce -più o meno- quel sistema di pesi e contrappesi necessari al funzionamento della baracca. Quando lo stato di diritto è meramente formale, la differenza e la separazione tra i poteri inesistenti, quando hai in mano lo Stato hai in mano tutto e controlli tutto.

Tutto tranne gli avvocati.
E questo è un problema!

Se gli avvocati non si adeguano agli ingranaggi, il sistema -alla lunga- cede. Gli avvocati sono gli unici a poter utilizzare una istituzione dello status quo contro di lui. Sono il cuneo dentro al sistema. Lo sono quando denunciano la mistificazione di un potere corrotto, reclamando davanti a ogni tribunale quelle parole scritte su carta come una realtà.

L’avvocato costringe i diritti ad esistere, difendendo il popolo dagli arbitri del potere.
Erdogan lo sa, ma sa anche di aver bisogno degli avvocati mantenere la forma di stato democratico di diritto e non può semplicemente cancellarli dall’ordinamento! Ma ha bisogno di avvocati docili, resilienti, malleabili, che si adeguino agli ingranaggi che trovano. Quelli che non si adeguano sono nemici di Erdogan e quindi dello Stato e come tali vanno annientati. Tutti quelli che difendono quei giornalisti, quei professori, quei musicisti, quei lavoratori, tutti quelli sputati fuori dal sistema di potere di Erdogan.

Quelli che difendono quei terroristi, sono i peggiori terroristi. Se non fosse per gli avvocati che denunciano in ogni tribunale possibile quelle violazioni macroscopiche, non saremmo qui a parlarne. Rimarrebbe solo la farsa. Il loro sudore e il loro sangue lavano via il trucco, ci costringono a fare i conti con la realtà.

Sono i terroristi più pericolosi per Erdogan, e devono essere eliminati. Condannati con un processo farsesco, che non mantiene in piedi nemmeno i fondamentali dello stato di diritto: nessuna possibilità di difesa, testimoni segreti, giudici al volere di erdogan. Io c’ero, sono stata osservatrice di quel processo. Quello ceh ha condannato Ebru, e Aytac e Selcuk e tutti gli altri.

Quello dove, ad un certo punto, durante l’udienza conclusiva è intervenuto Selcuk -da imputato- il quale argomentando l’istanza di ricusazione del giudice di quel giudice corrotto: “ Vostro Onore, ricusiamo Lei e la sua immoralità”. Il Giudice esplose di rabbia e cacciò tutti fuori. Tutti!! Imputati e avvocati. Rimanemmo solo noi osservatori internazionali insieme al giudice e al pubblico ministero. Il giudice pretese di continuare il processo così, in solitudine. Ad un certo punto cominciarono i cori, che fuori dall’aula crescevano di intensità. Colpi contro il portone sbarrato. Bum Bum. E cori. Un cordone di poliziotti in assetto antisommossa si schierò davanti la porta chiusa, che all’improvviso cedette, riversando nell’aula un orda di 300 avvocati inferociti che affrontarono fisicamente le guardie, interrompendo l’abuso con i loro corpi e a rischio della vita: erano avvocati e dovevano stare in aula, e partecipare a quel processo.

Vinsero quella battaglia, fu necessaria una rivolta ma furono riammessi. Ma solo per veder rinviato all’indomani il procedimento. Quando si sarebbe concluso con la sentenza agghiacciante che conosciamo tutti. E quando ogni risorsa sembra scomparsa, gli avvocati continuano a combattere persino dal carcere, chiedendo quei diritti che sono scritti e devono diventare realtà. Senza mai perdere la fiducia in un imminente futuro di riscatto.

E’ lì che ho capito che relazione c’è tra il diritto e la pratica rivoluzionaria: gli avvocati.

Quelli che si sporgono oltre la testa dei giudici e parlano al mondo.
Quelli che si ostinano ad esercitare il proprio ruolo opponendosi agli abusi di potere, quelli che cercano riparo alle ingiustizie, quelli che rivendicano quotidianamente diritti e libertà. Quelli che rischiano di far inceppare il sistema.
L’avvocato costringe la parola a diventare fatto, il proclama della legge a compiersi nella realtà.

Una estenuante e frustrante battaglia di frontiera quotidiana per la quale, in Turchia, tanti hanno perso la libertà ed alcuni hanno dato la vita.

Gli avvocati così, come Ebru, come Aytac sono rivoluzionari.
Erdogan ne ha terrore e li chiama terroristi.
Noi li amiamo e li chiamiamo compagni.

Michela Arricale


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